La decisione del governo di Bruxelles è arrivata con qualche giorno di anticipo. Il Belgio comprerà 34 velivoli F-35 per rimpiazzare la flotta esistente di F-16, diventando così il 13esimo Paese ad aderire al programma Joint Strike Fighter. La notizia giunge nel nostro Paese con una rilevanza particolare, sia per la valutazione ancora in corso da parte dell’esecutivo giallo-verde, sia per la possibilità che lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, sia coinvolto nei lavori. Chiaramente, il secondo elemento dipende dal primo. Difficile pensare a un’ulteriore quota di lavoro se si ridimensioneranno gli impegni nazionali.

IL PROGRAMMA

Ad ogni modo, indiscrezioni sull’imminente scelta da parte di Bruxelles erano emerse anche nei giorni scorsi. L’ufficialità è arrivata però solo ieri, accompagnata dai tweet del ministro della Difesa belga Steven Vandeput e da quelli della sua Royal Air Force, che ha prontamente mostrato una foto del velivolo stealth di quinta generazione. L’F-35 di Lockheed Martin ha dunque battuto la concorrenza, rappresentata per l’occasione dall’Eurofighter, dall’offerta informale della francese Dassault per il Rafale e dall’ipotesi di un aggiornamento complessivo degli attuali F-16. I velivoli richiesti dal Belgio sono 34, tutti nella versione A, a decollo e atterraggio verticale. Secondo DefenseNews, il valore dell’accordo si aggira intorno ai 6,5 miliardi di dollari. In ogni caso, la luce verde all’intesa è già arrivata dal dipartimento di Stato, chiamato sempre ad approvare accordi di questo tipo.

I COMMENTI

“Stiamo investendo pesantemente sulla difesa”, ha detto Vandeput spiegando la scelta sul caccia di quinta generazione, accompagnata tra l’altro anche da quella relativa ai nuovi mezzi terrestri. Il velivolo, ha aggiunto, ha battuto i contendenti su tutti i sette criteri di selezione. Non si è fatta attendere la nota del costruttore statunitense. “Siamo onorati della selezione del governo del Belgio per l’F-35 A Lightning II per le future esigenze di sicurezza nazionale”, ha fatto sapere Lockheed Martin. “Non vediamo l’ora – ha aggiunto – di sostenere il governo americano nella consegna del programma per rispondere ai requisiti del governo belga”.

Il TOCCO TRANSATLANTICO

Nel frattempo, l’ambasciata degli Stati Uniti a Bruxelles ha aggiunto un tocco transatlantico alla scelta: “Gli F-35 del Belgio voleranno accanto a quelli di alcuni degli alleati e partner più stretti della Nato in tema di difesa aerea”, ha twittato la rappresentanza diplomatica. “Gli Stati Uniti sono estremamente orgogliosi della partnership duratura che hanno con il Belgio in campo aereo”, ha rimarcato dando così testimonianza del valore che l’alleato d’oltreoceano attribuisce al programma anche sul fronte delle relazioni internazionali.

IL CONTESTO ITALIANO

La scelta del Belgio sembra riguardare in maniera particolare anche il nostro Paese. La partecipazione italiana al programma è infatti sotto la lente della “valutazione tecnica” promossa dal ministro della Difesa Elisabetta Trenta, i cui esiti non sono ancora stati resi noti. Sono invece già arrivate preoccupazioni di esperti e addetti ai lavori per l’eventuale nuovo ridimensionamento del numero di velivoli in programma, una scelta che avrebbe effetti operativi (cioè sulle capacità delle Forze armate), tecnologici (producendo un gap che sarà duro da recuperare nei prossimi anni) ed economici (incidendo sul ritorno del lavoro e sull’occupazione coinvolta). A tutto questo, va poi aggiunta la dimensione internazionale, con l’alleato americano che ha ricordato più volte il peso del programma nei nostri rapporti con Washington.

IL RITORNO DEL LAVORO

Difatti, ci aveva detto Carlo Festucci, segretario generale dell’Aiad, “l’F-35 rappresenta prima di tutto un’esigenza per le Forze armate, a cui l’industria si è correlata dando il meglio di sé”, soprattutto con le attività nell’avanzato sito di Cameri, in provincia di Novara. Piuttosto che tagliare, rimarcava Festucci, “occorrerebbe dimostrare che l’investimento fatto risponde a necessità operative, ma anche che il programma ha portato in Italia lavoro aggiuntivo, sia in termini di quantità che di qualità”. Per questo, invece di ridurre, “sarebbe più utile andare a negoziare con gli americani, ammettendo che il governo non condivide il programma e ricordando che l’Italia ha fatto molto, e che ora ha bisogno di dimostrare ai propri cittadini un ritorno di lavoro maggiore”.

LA FACO DI CAMERI

La scelta belga potrebbe dunque arrivare al momento giusto. Non è escluso infatti che per la costruzione dei velivoli diretti alla Royal Air Force possa intervenire la linea italiana Final assembly and check out (Faco) situata a Cameri, a patto (non occorre dirlo) che l’Italia non riduca la propria partecipazione. Il sito, gestito di Leonardo con il supporto tecnologico di Lockheed Martin, si trova all’interno dell’aeroporto dell’Aeronautica militare e già assembla gli F-35 diretti al nostro Paese e all’Olanda. Per l’Italia, l’impegno attuale ne prevede 90 dopo la riduzione dai 131 iniziali, mentre il programma dell’Aia ne vale 37 (di cui però i primi otto prodotti negli Usa) con possibilità di acquistarne di altri. A Cameri si realizzano comunque anche gli assetti alari dei velivoli, in un numero proporzionale agli ordini, ragione per cui ogni nuovo accordo di fornitura difatti interessa la Penisola. La scorsa settimana, aveva fatto visita alla Faco il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo, riconoscendovi “una presenza industriale di assoluto rilievo per il livello tecnologico”. Nondimeno, aveva aggiunto, “gli oltre mille dipendenti, personale altamente specializzato, rappresentano un importante indotto economico per la realtà locale”.

LE NOVITÀ DAL PROGRAMMA

Tra l’altro, l’avvicinarsi al passaggio alla produzione a pieno rateo conferma le attese di ulteriori riduzioni nei costi del programma. Il prossimo mese dovrebbero partire negli Usa i test operativi, gli ultimi prima di fare il salto verso ratei più corposi. Tutto questo conferma l’obiettivo di giungere nel 2020 a un prezzo di 80 milioni di dollari per un F-35 A, costo paragonabile a quello per un velivolo di quarta generazione. A fine settembre, Lockheed Martin e il Pentagono hanno chiuso l’accordo per l’undicesimo lotto di produzione a basso rateo, scendendo a 89,2 milioni di dollari per un F-35 A, pari al 5,4% in meno rispetto al lotto precedente.

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