Nel mondo iperconnesso che guarda con ansia il 5G e l’Internet of Things come approdi felici di un futuro in cui la tecnologia ci accompagnerà in ogni momento della nostra giornata, può sembrare una distopica fantasia quella di immaginare di essere colpiti da un pezzo di un satellite che cade dallo Spazio proprio mentre usciamo da una automobile – magari tecnologica e connessa – e leggiamo sullo smartphone l’indicazione per raggiungere la nostra destinazione, che potremmo trovare alzando lo sguardo a pochi passi da noi.

Se questa immagine vi fa sorridere, sappiate che qualche giorno fa i controllori di volo dello US Space Command del Nato a Cheyenne Mountain, nel Colorado, non hanno riso per niente. Anzi, hanno sudato freddo. Da lì, gli Stati Uniti tengono sotto controllo radar non solo tutti i satelliti in orbita. ma anche i tantissimi detriti e rottami che girano senza controllo intorno alla Terra. Qualche giorno prima, il 5 maggio, l’agenzia spaziale cinese aveva lanciato per la prima volta il suo nuovo enorme razzo Long March 5B, il veicolo destinato a portare nei prossimi anni gli astronauti – taikonauti in mandarino – sulla futura stazione spaziale Tiangong.

Il gigantesco razzo, alto 60 metri e pesante 900 tonnellate, era decollato dalla base di Wenchang sull’isola di Hainan, nel sud della Cina, e dopo tre minuti i suoi quattro booster laterali si erano sganciati regolarmente, ricadendo in mare non lontano dal sito di lancio. Lo stadio centrale del razzo, lungo 30 metri con un diametro di 5, spinto dai suoi due potenti motori aveva raggiunto l’orbita finale e rilasciato con successo l’astronave, che per questo volo inaugurale era senza equipaggio. A quel punto succede qualcosa.

Non è chiaro se il razzo sia stato intenzionalmente posizionato in un’orbita bassa così da portarlo a un rapido rientro in atmosfera, oppure se abbia avuto un malfunzionamento; di fatto ha iniziato a perdere quota senza più controllo e il Norad che lo teneva sotto osservazione ha dichiarato l’allerta. Nella mattina dell’11 maggio il razzo è rientrato in atmosfera con una traiettoria che lo ha portato a sorvolare gli Usa, New York in particolare, prima di cadere nell’Atlantico. Tuttavia, secondo il 18 ° squadrone della US Space Force alcuni detriti – tra cui una conduttura di un serbatoio lunga 12 metri – sembrano essere sopravvissuti integri al rientro e sono caduti in Costa d’Avorio, oltre 2mila chilometri dopo il punto di rientro stimato.

Il 16 maggio aprendo una riunione online del Comitato consultivo della Nasa, l’amministratore Jim Bridenstine ha commentato duramente l’accaduto. “Apparentemente è stato un lancio di successo– ha detto – fino a quando non abbiamo avuto informazioni su un rientro incontrollato del razzo, una situazione davvero molto pericolosa, il primo stadio ha sorvolato i centri abitati ed è rientrato nell’atmosfera terrestre sull’oceano, ma avrebbe potuto essere estremamente pericoloso. Siamo stati davvero fortunati nel senso che non sembra aver fatto del male a nessuno”. Se il caso – o meglio la meccanica orbitale – avesse fatto rientrare il razzo qualche minuto prima, esso sarebbe caduto sul suolo americano e forse, anzi certamente, oggi sulle news staremmo leggendo ben altre notizie.

E invece leggiamo che, praticamente nello stesso giorno della strigliata del capo della Nasa a Pechino, l’amministrazione Trump ha alzato il livello dello scontro commerciale con la cinese Huawei e con una disposizione emessa dal dipartimento del Commercio ha ampliato in modo significativo la portata delle azioni contro il colosso delle telecomunicazioni. La mossa è stata battezzata l’opzione nucleare, perché per tagliare Huawei fuori dal mercato internazionale si spinge oltre una linea rossa che finora non era mai stata sorpassata. In pratica, adesso, per Huawei è vietato fabbricare microchip in tutte le fonderie che utilizzano tecnologia americana; una misura che rischia di dare il colpo di grazia al gigante di Shenzhen.

Forse, immaginare un nesso diretto tra quest’ultima mossa americana e il razzo spaziale cinese che sorvola Central Park precipitano in atmosfera potrebbe apparire fantasioso. Oppure, si potrebbe invece pragmaticamente pensare che ciò accade nello Spazio ha quasi sempre conseguenze anche sulla Terra, e che esplorare il Cosmo è prima di tutto una questione di geopolitica. Ma, al di là del confronto terrestre, c’è un tema di salvaguardia globale che va affrontato seriamente. La proliferazione di lanci e di costellazioni satellitari sta avendo un incremento inimmaginabile sino a pochi anni fa e, insieme all’aumento incontrollato dei “detriti” spaziali (cioè razzi e satelliti che hanno esaurito il combustibile), può davvero provocare un effetto combinato molto pericoloso per l’ecosistema terrestre e spaziale.

Parlando dell’incidente appena occorso, l’amministratore della Nasa ha sottolineato l’importanza degli accordi “Artemis”, una serie di principi e di regole per le attività spaziali (qui un focus) che la Nasa chiederà ai futuri partner internazionali per aderire al programma di esplorazione lunare e di sfruttamento commerciale. Uno di questi principi sarebbe il mantenimento di un “ambiente sicuro e sostenibile nello Spazio” seguendo le linee guida descritte nel documento per la mitigazione dei detriti orbitali e per la sostenibilità a lungo termine delle attività spaziali approvate dalle Nazioni Unite nel 2018. “Queste linee guida sono di fondamentale importanza – ha detto Bridenstine – definendo per esempio il rientro dei primi stadi, ecco perché gli accordi di Artemis sono importanti. È necessario un quadro concordato su come operare nello spazio in sicurezza “.

Due considerazioni però sorgono spontanee: gli accordi “Artemis” sono regole statunitensi cui aderire per partecipare all’esplorazione della Luna e per lo sfruttamento commerciale delle risorse, mentre le linee guida delle Nazioni Unite sono generiche, seppur meritorie, indicazioni di buona condotta. Infatti, se si va a leggere la documentazione ufficiale dell’Onu in merito troviamo enunciati quali “gli attuali trattati e principi delle Nazioni Unite sullo Spazio forniscono un quadro giuridico per gli orientamenti degli Stati che però sono volontari e non giuridicamente vincolanti ai sensi del diritto internazionale; (…)le linee guida sono formulate nello spirito di migliorare la pratica degli Stati e delle organizzazioni internazionali le quali dovrebbero prendere volontariamente misure, attraverso i propri meccanismi nazionali o altri meccanismi applicabili, per garantire che le linee guida siano attuate nella massima misura possibile e praticabile”.

Quindi, in sintesi, gli accordi “Artemis” implicano una adesione alla strategia statunitense, mentre le attività dell’Onu non hanno il giusto livello di obbligo politico per una effettiva implementazione. La realpolitik dello Spazio ci dice che nessuna nazione è immune da comportamenti potenzialmente dannosi per l’uomo e per l’ambiente.

Senza scomodare la teoria dell’Antropocene, secondo cui negli ultimi due secoli la cosiddetta civiltà industriale avrebbe modificato il Pianeta – e in questo caso persino lo Spazio intorno a esso – al punto da averlo fatto entrare in una nuova era geologica, non devono però essere trascurate le fatali conseguenze dell’incremento esponenziale delle attività spaziali cui stiamo assistendo.

Occorrerebbe istituzionalizzare un forum internazionale con poteri legislativi concreti per normare le attività nello Spazio e imporre sia alle agenzie, sia alle ditte private, regole preventive e controlli successivi. In pratica, servirebbe focalizzare gli sforzi politici per attuare negoziati multilaterali sul modello dei trattati Start o Sort in campo militare allargati a Usa, Cina, Russia, Europa, India e Giappone. La Space economy del XXI secolo non può essere solo uno slogan per rendere accettabile o familiare la commercializzazione dello Spazio nelle forme più disparate, ma dovrebbe anche includere la creazione di una governance internazionale, una sorta di Wto spaziale, che adotti norme per un “safe&fair trade”. Prima che accada l’imprevisto.

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