Roma, 7 giugno 2011

 

La decisione del Governo italiano di partecipare con i propri aerei da combattimento già assegnati alla Nato per le operazioni in Libia, ad azioni di fuoco contro obiettivi militari di vario genere, al fine di contribuire alla protezione delle popolazioni libiche, costituisce il fatto nuovo di questi giorni.

Gli attacchi da parte degli aerei italiani si svolgono entro i limiti definiti dalla Risoluzione n. 1973/2011 delle Nazioni Unite e costituiscono la risposta positiva da parte del nostro Governo alle richieste provenienti dal Segretario Generale della Nato Rasmussen, che ha assunto la responsabilità della condotta delle operazioni. Gli elementi di carattere operativo che stanno alla base di tale decisione, sono costituiti sia dalla diminuzione di forze a disposizione della Nato a seguito del ritiro prima totale e poi parziale da parte degli Stati Uniti, sia dalla constatazione della necessità di disporre della più elevata possibile potenza di fuoco per battere le strutture e gli assetti militari di Gheddafi.

Gli italiani, che con 12 aerei assegnati alla coalizione già partecipavano al mantenimento della “No fly zone” e alla protezione degli aerei alleati che effettuano da tempo attacchi al suolo contro strutture militari e sistemi d’arma delle forze armate del dittatore, hanno così deciso di rendere ancora più incisiva la loro partecipazione, rispondendo positivamente alle richieste della Nato.

Gli attacchi aerei sono legittimati dalla Risoluzione Onu che autorizza ad intervenire con azioni di fuoco a protezione della popolazione civile, ma in realtà sono indotte anche dalla speranza di giungere ad una delle due soluzioni sotto indicate. La prima, quella di riuscire ad indebolire le forze che ancora sostengono il Presidente Gheddafi per costringerlo ad un accordo in sede politica, che comunque preveda il suo allontanamento dal potere. La seconda, l’esplosione di una rivoluzione generale da parte della stragrande maggioranza del popolo libico contro il dittatore che, ormai indebolito, non rappresenti più un elemento di costrizione o di timore  e porti conseguentemente alla sua cacciata.

Delle due ipotesi, per quella che prevede una “sistemazione” politico-diplomatica del problema si è già prodigata l’Unione africana – interlocutore che ritengo importantissimo – purtroppo sin ora senza risultati concreti. Infatti una sua proposta di soluzione che era stata accettata da Gheddafi è stata respinta dal Governo degli insorgenti. Un secondo tentativo di giungere ad un accomodamento operato giorni fa dai membri dell’Unione Africana, riunitisi ad Addis Abeba con la presenza dei rappresentanti sia di Gheddafi che degli insorgenti, non ha, a sua volta, portato a nessun risultato concreto.

Ritengo che tale soluzione pacifico-diplomatica, di gran lunga la più favorevole e la più auspicata, appaia oggi di difficilissima realizzazione, giacchè dei due interlocutori, il Presidente Gheddafi assai difficilmente potrà accettare l’esilio, anche perché non vede all’orizzonte alcun tranquillo e sicuro rifugio e, quindi, non intende allontanarsi da Tripoli. Mentre, da parte degli insorgenti, è costante il rifiuto ad una permanenza in Libia dello stesso.

La seconda ipotesi, quella della fine di Gheddafi determinata dall’abbandono della grande maggioranza del popolo libico, appare oggi la più probabile. E’ difficile prevedere quando tale ipotesi potrà attuarsi, è difficile prevedere quando le azioni belliche della Nato, le sanzioni, il blocco degli assetti finanziari, l’isolamento cui è sottoposto il dittatore, potranno indebolirlo al punto da determinare la rivolta completa del popolo libico. Ritengo tuttavia che constatata la realtà, questa rimanga l’ipotesi più attendibile ed è, pertanto, opportuno e necessario, da una parte produrre ogni sforzo per aiutare, sostenere, proteggere la vita e la salute della popolazione civile libica e, dall’altra, intensificare ogni sforzo di carattere bellico per annullare progressivamente, in modo determinante, la capacità operativa delle forze che sostengono il dittatore.

Sen. Gen. Luigi Ramponi

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